Mio figlio non vuole parlare: capire il silenzio senza forzare

A volte, più cerchiamo di capire cosa sta succedendo, più un figlio sembra chiudersi.

Il silenzio non significa necessariamente distanza: può essere uno spazio in cui qualcosa non ha ancora trovato le parole.

Ci sono momenti in cui un genitore si accorge che qualcosa non va ancora prima che il figlio dica qualcosa. Lo vede nel modo in cui torna a casa, nel tono con cui risponde, in una porta chiusa più velocemente del solito.

Prova allora ad avvicinarsi.

«Com'è andata oggi?»

«Bene.»

«È successo qualcosa?»

«No.»

«Sei sicuro? Ti vedo diverso dal solito.»

«Non lo so.»

Se un figlio non vuole parlare o smette di raccontare quello che gli succede, è facile chiedersi se ci sia qualcosa che non va. Più si percepisce che qualcosa è successo, più viene spontaneo provare a capire: si fa un'altra domanda, si cerca un momento migliore, si prova a formulare diversamente ciò che si vuole chiedere.

Non necessariamente per invadere il suo spazio, ma perché capire sembra il primo passo per poterlo aiutare.

Eppure, a volte, proprio il tentativo di avvicinarsi produce l'effetto opposto: più il genitore cerca di capire, più il figlio sembra chiudersi.

Forse allora la domanda non è soltanto «Come faccio a farlo parlare?», ma anche:

« Di che cosa potrebbe avere bisogno per riuscire a parlare? »


Perché un figlio può smettere di raccontare quello che gli succede

Il silenzio di un figlio può essere difficile da interpretare perché lascia molto spazio all'immaginazione. Un genitore può chiedersi se sia successo qualcosa a scuola, se ci sia un problema con gli amici, se abbia fatto qualcosa di sbagliato o se il figlio non si fidi più abbastanza da raccontarsi.

Più mancano informazioni, più la mente prova a riempire quello spazio.

È comprensibile. Prendersi cura di qualcuno significa anche imparare a riconoscere rapidamente i suoi segnali.

Se si percepisce un segnale di disagio può quindi attivarsi immediatamente il bisogno di intervenire, ma accorgersi che qualcosa non va e poter entrare insieme in quell'esperienza non sono la stessa cosa.

Il genitore può essere pronto ad ascoltare mentre il figlio non è ancora pronto a raccontare. Ed è spesso proprio dentro questa differenza di tempi che nasce la difficoltà.

▸▸▸ Nell'articolo Quando essere genitore lascia senza energie: la stanchezza che non fa rumore ho raccontato proprio questo aspetto della genitorialità: il corpo di un genitore osserva, anticipa e risponde continuamente a ciò che accade nel figlio, spesso prima ancora che questo lavoro diventi consapevole.


Più provi a capire, più tuo figlio si chiude

Se un figlio risponde poco, viene spontaneo fare un'altra domanda. Se non funziona, si prova a formularla diversamente oppure si fanno ipotesi:

«È successo qualcosa con un amico?», «Hai preso un brutto voto?», «Qualcuno ti ha detto qualcosa?».

Dal punto di vista del genitore, ogni domanda è un tentativo di avvicinarsi.

Dall'altra parte, però, può essere vissuta diversamente.

Un figlio che sta ancora cercando di capire ciò che prova può percepire quelle domande come la richiesta di dare immediatamente una forma a qualcosa che, dentro di lui, una forma ancora non ce l'ha. Oppure può sapere perfettamente cosa è successo, ma non sapere ancora come raccontarlo.

A quel punto può crearsi un movimento quasi paradossale:

il genitore aumenta la presenza perché sente crescere la distanza, mentre il figlio aumenta la distanza perché sente crescere la pressione.

Non necessariamente perché uno dei due stia sbagliando. Stanno cercando di attraversare lo stesso momento partendo da bisogni e tempi differenti: uno ha bisogno di capire per poter aiutare e tranquillizzarsi; l'altro può avere bisogno di uno spazio prima di riuscire a lasciarsi avvicinare.


Cosa può esserci dietro il silenzio di un figlio

Se un figlio non vuole parlare, il suo silenzio non significa necessariamente che non voglia condividere ciò che sta vivendo.

A volte non possiede ancora le parole. Altre volte ciò che è accaduto porta con sé emozioni difficili da esporre, come vergogna, paura, rabbia o delusione.

Raccontare significa anche tornare dentro quell'esperienza e non sempre si è pronti a farlo nel momento in cui qualcuno domanda.

Può esserci inoltre il bisogno di conservare qualcosa per sé. Crescendo, bambini e soprattutto adolescenti iniziano a costruire uno spazio interno più distinto da quello dei genitori. Non raccontare immediatamente tutto ciò che accade può quindi far parte anche di questo processo di differenziazione.

Ma esiste un'altra possibilità che merita attenzione: un figlio può non stare decidendo soltanto se raccontare qualcosa, ma anche cercando di immaginare cosa succederà dopo averlo raccontato.

Si arrabbieranno? Si preoccuperanno? Mi faranno altre domande? Cercheranno subito una soluzione? Interverranno anche se io non lo voglio?

La possibilità di raccontarsi dipende anche dall'esperienza che si fa della relazione. Sapere che qualcosa può essere detto senza che venga immediatamente preso in mano, interpretato o trasformato in un problema da risolvere può rendere più semplice affidarlo all'altro.


«Non lo so» può significare davvero non sapere

Per un adulto, «non lo so» può sembrare una risposta evasiva. Qualche volta lo è, ma non sempre.

Riconoscere un'emozione, comprenderne l'origine e riuscire a trasformarla in parole sono passaggi diversi. Nei bambini e negli adolescenti questa capacità è ancora in costruzione e può capitare che il corpo mostri qualcosa che la persona non riesce ancora a raccontare.

Può esserci irritazione senza sapere bene perché, un nodo allo stomaco prima di andare a scuola senza riuscire a identificare cosa preoccupa, oppure il desiderio di isolarsi dopo qualcosa che ha ferito senza essere ancora capaci di spiegare cosa sia accaduto.

In questi momenti, chiedere ripetutamente una spiegazione può non produrre maggiore chiarezza. Può semplicemente aggiungere un'altra richiesta a un'esperienza interna che è già difficile da organizzare.


Parlare significa anche esporsi

Raccontare qualcosa non significa soltanto trovare le parole. Significa anche esporsi allo sguardo dell'altro.

Questo diventa particolarmente evidente se ciò che è accaduto porta con sé vergogna, senso di colpa, paura di aver deluso qualcuno o il timore di essere giudicati. Un figlio può desiderare la vicinanza del genitore e, nello stesso momento, avere paura delle conseguenze di quella vicinanza.

Per questo il silenzio non è sempre una porta chiusa alla relazione. A volte è una soglia sulla quale un figlio sta ancora cercando di capire quanto si sente pronto a mostrarsi.

Come parlare con un figlio che non vuole parlare

Pensando all'ascolto immaginiamo spesso una conversazione: una persona racconta e l'altra accoglie. Nella relazione con un figlio, però, ascoltare può significare anche accorgersi che in quel momento le parole non sono disponibili.

Questo non richiede di ignorare ciò che si è visto né di fingere che vada tutto bene. Significa poter riconoscere un cambiamento senza pretendere immediatamente una spiegazione.

C'è una differenza importante tra chiedere insistentemente «Dimmi cosa è successo» e comunicare qualcosa come «Mi sembra che oggi ci sia qualcosa che ti pesa. Se adesso non vuoi parlarne va bene. Se vorrai, possiamo tornarci».

Nel secondo caso il genitore continua a vedere ciò che sta accadendo. Non si ritira dalla relazione e non lascia il figlio solo con la propria esperienza; semplicemente, lascia aperta una possibilità senza stabilire quando debba essere utilizzata.

Può sembrare poco, soprattutto se la preoccupazione è forte. In realtà significa tollerare una delle parti più difficili della genitorialità:

sapere che qualcosa sta accadendo senza poterlo conoscere immediatamente.


Il silenzio di un figlio può attivare anche il genitore

Aspettare diventa particolarmente difficile se il silenzio del figlio accende molte domande. La mente può continuare a tornarci anche ore dopo: Avrei dovuto insistere? Sta succedendo qualcosa di serio? Perché non me lo racconta? Non si fida di me?

Anche dopo che la conversazione è terminata, il corpo può rimanere in uno stato di attenzione.

È uno dei modi in cui la preoccupazione può trasformarsi in vigilanza. Ne parlo più approfonditamente in Perché il corpo non si rilassa: quando il sistema nervoso resta in allerta.

Riconoscere questa attivazione può aiutare a distinguere due esigenze che facilmente si sovrappongono: il bisogno del figlio di essere accompagnato e quello del genitore di sapere che va tutto bene.

Entrambi sono reali, ma non sempre possono trovare risposta nello stesso momento.

Come capire se la chiusura merita maggiore attenzione

Lasciare spazio non significa considerare ogni silenzio qualcosa che passerà da solo.

Ci sono periodi in cui bambini e adolescenti possono sentire maggiormente il bisogno di riservatezza e di uno spazio personale, soprattutto mentre crescono. Per questo il fatto che un figlio racconti meno non indica, da solo, che ci sia necessariamente un problema.

È importante osservare soprattutto se qualcosa è cambiato rispetto al suo modo abituale di stare nella vita e nelle relazioni.

Se la chiusura persiste nel tempo e si accompagna a un progressivo isolamento, a cambiamenti importanti dell'umore, al ritiro dalle attività che prima interessavano, a difficoltà scolastiche significative o ad altri segnali di sofferenza, può essere utile osservare la situazione con maggiore attenzione e, quando necessario, chiedere un confronto professionale.

Non è quindi la quantità di parole a dirci, da sola, come sta un figlio. È il significato che quel silenzio assume dentro un insieme più ampio di cambiamenti.


Lasciare aperta una porta

Se un figlio si chiude, il compito più difficile non è sempre trovare la domanda giusta. A volte è riuscire a rimanere abbastanza vicini senza entrare prima che ci sia spazio per farlo.

Significa osservare, continuare a essere disponibili e permettere al figlio di sperimentare qualcosa di importante: non deve necessariamente parlare subito per continuare a sentirsi visto.

La porta può rimanere aperta.

E qualche volta è proprio sapere che quella porta esiste, senza essere costretti ad attraversarla immediatamente, a rendere possibile tornare a parlare.

Nel lavoro con genitori e famiglie, questo spazio può diventare un luogo in cui osservare meglio ciò che accade nella relazione: non soltanto ciò che un figlio comunica, ma anche ciò che il suo silenzio muove negli adulti che gli stanno accanto.

Se nella relazione con tuo figlio è diventato difficile trovare un modo per avvicinarti senza aumentare la distanza, un percorso psicologico può aiutare a comprendere ciò che sta accadendo tra voi e a costruire nuove possibilità di incontro.

→ Scopri il supporto psicologico per genitori e famiglie

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Quando essere genitore lascia senza energie: la stanchezza silenziosa